BREXIT E LA CRISI DELL’UNIONE

Bisogna riconoscere che ci sono più Unioni europee e istituire un ministro europeo alle finanze. Sarebbero questi i due passaggi necessari per dare nuova vitalità e credibilità all’Europa dei 28. Se n’è discusso oggi pomeriggio al Festival dell’Economia di Trento nel dialogo “Più piccoli o meno uniti?”, dedicato alla Brexit. Al tavolo, in un’affollata aula magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, c’erano Swati Dhingra (Assistant Professor di Economia, London School of Economics and Political Science), Sergio Fabbrini (direttore Luiss School of Government), John Lloyd (editorialista del “Financial Times” e de “la Repubblica”) e Stefano Micossi (direttore generale di Assonime).

I relatori, incalzati dalle domande di John Hooper (giornalista di “Economist”) e del pubblico, sono partiti dal referendum britannico del prossimo 23 giugno che deciderà la Brexit o la permanenza del Regno Unito nella UE, per riflettere sulle cause dell’attuale crisi dell’Unione Europea e sulle possibili contromisure.
Per Fabbrini, che è stato definito professore e profeta per aver previsto questo referendum già da qualche tempo, in realtà gli effetti della Brexit ci sono già. Ha invitato a riconoscere che ci sono più Unioni europee e che si deve differenziare il legame politico da quello economico, pensare a un’Europa dell’Eurozona e a una cornice che coinvolga gli altri Paesi all’interno del mercato unico. Tempo di abbandonare, dunque, un approccio unico e di adottarne uno complesso se si crede – è stato il suo appello – nella ragione per la quale è nata: quella di tenere sotto controllo il nazionalismo e di pensare alla pace.

Per Micossi alla base dell’instabilità monetaria c’è la mancanza di un‘unione fiscale. Per questo ha invocato politiche economiche di maggiore spicco. C’è bisogno di un ministro europeo alle finanze – ha ribadito – e di definire quale debba essere il suo mandato. Gli ha fatto eco Fabbrini: dobbiamo istituire un ministro delle finanze che possa controllare le politiche economiche e fiscali dei Paesi. Ma chi lo sceglie? E a chi deve rispondere? Questo è il punto.
Anche per Dhingra il referendum ha già prodotto degli effetti e anche se l’esito sarà la permanenza, a ogni elezione si tornerà a sollevare la questione. Molti dei favorevoli alla Brexit, dicono che UK farebbe più scambi con i Paesi asiatici, ma in realtà – ha osservato – ora non li fa perché non è competitivo come la Germania.

Innegabile il rischio di un effetto a cascata. Si deve considerare quanto stia serpeggiando il malcontento anche a causa della fragilità economica e della paura per il terrorismo e le migrazioni di massa. Per Lloyd la paura è un’arma potente, che viene utilizzata molto. Per lui Londra, che è cosmopolita, voterà per rimanere, così come il Sud-Est del Regno Unito. Invece il Nord probabilmente sarà per la Brexit perché la politica dell’identità nazionale sta prevalendo e la popolazione più anziana e coloro che si sentono più minacciati voteranno per l’uscita.

5 Giugno 2016


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